Francesca Pastore: Spazio del piacere

Dove qualcosa ci viene incontro, lì appare anche il limite. M.Heidegger

Il quadro è ciò da cui sono escluso. R. Barthes

Scrivere un testo critico comporta sempre dei pericoli. Come ci insegna Magritte, il quadro è un fenomeno che non ha niente a che fare con le strutture linguistiche e per questo non può essere mai esauirto con nessun linguaggio. Il testo critico è uno dei tentativi per avvicinarsi al mondo dal quale siamo esclusi, è un dirigersi verso un incontro, che a prescindere pone limiti. Il vedere precede il parlare. Il bambino prima di parlare guarda. L’adulto, purtroppo, di solito al contrario…Perché? Perché l’adulto crede di poter superare i limiti posti dal quadro grazie ad una preparazione teorica. Invece il quadro non è un atto teorico, non è una logica impalcatura di significati. Il quadro non funziona come il linguaggio.
Che cos’è allora il testo critico?
Forse l’introspezione personale verso un fenomeno che non verrà mai scoperto, che non verrà mai chiuso in una sola definizione e rimarrà per sempre una apertura incompiuta, una nuova metafisica versione dell’Albertiana finestra aperta.

Non è facile scrivere sui lavori di Francesca Pastore, perché sono semplicemente belli. Certo, è un’osservazione molto banale, che non porta il testo a nessuno svolgimento. Il critico d’arte normalmente evita tali aggettivi. La parola “bello” non è professionale, è un espressione rischiosa – da una parte troppo facile e comune, dall’altra metafisica e sfuggente dal concreto. In più, è un’espressione che si autogiustifica (se qualcosa è bello lo è e basta) e per questo non offre nessuna promessa teorica. E’ una parola-emozione.
Ed è invece così che vedo la pittura di Francesca Pastore, sopratutto gli ultimi lavori. Li vedo BELLI. Non è però una bellezza naif, c’è dietro un grande lavoro, una consapevolezza delle proprie scelte artistiche. Lo spazio offerto dai suoi quadri si situa su un magico confine fra uno spazio mentale e uno spazio astratto, fra un piacevole ornamento e una struttura ben pensata. I suoi lavori sono vivi, pieni di gioia e di luce nascoste nei giochi di colore e forma. Sì, sono opere che piacciono.
Fortemente concettualizzata l’arte contemporanea, spesso ci toglie l’opportunità del piacere estetico. Ci toglie il piacere del fiato sospeso davanti ad un’opera che ci si mostra b e l l a, offrendoci in cambio una fredda riflessione teorica sull’arte in generale.
Ma l’incontro con l’arte non è un incontro con una teoria priva di emozioni sull’arte. E’ l’incontro con un singolo e irripetibile lavoro. E’ un contatto diretto, uno scambio di emozioni fra noi e quello che c’è di fronte a noi – il quadro. Non tutti i quadri hanno la stessa carica energetica, non tutti sono in grado di fermare, di trascinare. Penso che i quadri di Francesca Pastore abbiano la forza di irretire il pubblico grazie alla loro gioia, vivacità, e infine, grazie a quella bellezza, che provoca un sorriso. Davanti a loro, possiamo finalmente dire: Questi quadri sono belli.
Ma Francesca Pastore - artista di grande esperienza, accanto alla piacevole bellezza estetica ci offre anche un’interessante riflessione artistica che riguarda le soluzioni formali (interessanti ripetizioni di semplici forme, i giochi fra visibile e invisibile, fra chiusura e apertura, fra sfuggente e concreto). 
A questo punto mi viene in mente Matisse per il quale la pittura doveva offrire il piacere, doveva essere “come una poltrona comoda”, ma nello stesso tempo richiedeva all’artista un lavoro, una giusta soluzione del tema, un impegnativo comporre per arrivare alla desiderata “armonia dei toni, come quella musicale”.
E’ per questo i lavori di Matisse – sereni, dolci, piacevoli, sono come un dono che l’artista regala al suo pubblico, come una sorpresa che deve portare la gioia.
La loro bellezza consiste proprio nel piacere che danno allo spettatore.
Le nature morte di Francesca Pastore, forse modeste nella tematica (variazioni degli stessi motivi) offrono una sorprendente ricchezza espressiva.
Ognuna delle sue rose vive della propria vita, ognuna a modo suo, d’accordo con il proprio ritmo vitale, pesca la luce e la nasconde fra i propri petali. Sono rose che profumano di freschezza, di una nuova interpretazione del vecchio tema floreale. Le rose della Pastore vivono davvero. Sono rose che si muovono nel loro inteccio interiore, nel loro meandro magico, dove si svolge quest’affascinante gioco fra forme nascoste ed esposte, fra forme coperte e scoperte, quelle di sopra e quelle di sotto. Questa straordinaria struttura del fiore che fa parte dei segreti della natura, qui diventa un segreto artistico, un divenire pittorico, un insieme di scoprire e coprire gli strati dei petali e delle foglie. A volte sembra che nel labirinto dei petali si nasconda un Minotauro. Sta proprio al centro formando, un’occhio che ci fissa, un occhio di rosa. Ma chissà se è solo un occhio…? Forse è un immobile pianeta sospeso nel microcosmo roseo, o il nucleo di un elettrone botanico, o semplicemente una nuova rosea prospettiva centrale del quadro….
I pesci assonnati sembrano sospesi nello spazio e nel tempo. I loro corpi allungati sono molto semplificati. Nonostatnte questo, anche qui troviamo un ricco ed interessante gioco di forme. I pesci si riflettono uno nell’altro, si sdoppiano, moltiplicano, filtrano, penetrano. Questo ballo notturno di forme sembra svolgersi in un grande acquario preso da un sogno. Anche se alcuni pesci vengono chiusi nei “piatti”, non cambia niente – l’ambiente rimane lo stesso improbabile, senza forza di gravità, senza un filo logico, perché anche i piatti appartengono alla stessa reticenza pittorica. Nessuno ci garantisce che siano piatti e non cerchi d’aqua…
Similmente alle rose, anche qui il quadro ci sfugge, ci scivola fra le mani. Tace. Salta nelle acque e guizza via. Come un pesce…
Parlando delle altre composizioni come le nature morte con frutta, le bottiglie e i pesci, ma anche dei lavori con animali (galli, pecore) colpisce soprattutto la grande sensibilità coloristica. Questi quadri ci sorridono, ci trasmettono la loro freschezza, la loro gioia per le piccole cose. Sono miniature piene di luce, esotiche spezie che danno al piatto un tocco inimitabile.
Le opere di Francesca Pastore nella loro dolce semplicità toccano uno spazio particolare, direi uno spazio senza metà, senza centro, dove si chiude il nostro ciclo vitale. E’ lo spazio dell’inizio e nello stesso tempo della fine, lo spazio dell’ingenuità infantile e dell’esperienza data dall’età. Lo spazio di qesta stupefacente fiaba, chiamata vita.

 Parlare dei quadri di Francesca Pastore non è facile. Sono semplicemente belli. Come descrivere la bellezza del quadro se “il quadro è ciò dal quale siamo esclusi”? Ed anche se il quadro ci viene incontro, più ci colpisce ed emoziona, più diventa indescrivibile. E’ per questo che è difficile scrivere sui lavori di Francesca Pastore, perché appartengono ad uno spazio intuitivo ed emotivo. Lo spazio del piacere e del bello.

Eliza Piotrowska

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